Movie Thumb

Gli orsi non esistono

16 Settembre , 2022

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Posizione Home 1

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Movie Story

giovedì 6 ore 19.20 – 21.20
venerdì 7 ore 17.20 – 21.20
sabato 8 ore 21.20
domenica 9 ore 18.20
martedì 11 ore 17.20 – 19.20
mercoledì 12 ore 19.20 – 21.20

lunedì riposo settimanale

Regia di Jafar Panahi, con Jafar Panahi, Mina Kavani, Naser Hashemi, Vahid Mobasheri, Bakhtiyar Panjeei. Cast completo Titolo originale: Khers Nist. Titolo internazionale: No Bears. Genere Drammatico, – Iran, 2022, durata 106 minuti. Uscita cinema giovedì 6 ottobre 2022 distribuito da Academy Two

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA AL FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA 2022

Una strada e una coppia. Lui ha procurato per lei un passaporto falso per consentirle di espatriare ma quando la donna apprende che non partiranno insieme rifiuta di lasciarlo. Uno “Stop” ci informa del fatto che si tratta di una scena di una docufiction che Jafar Panahi sta cercando di dirigere a distanza da un villaggio in cui il segnale è estremamente precario. Ma anche la vita in quel luogo è precaria.

L’ultimo film (per prevedibili almeno sei anni) del pluripremiato regista.

Come è noto Jafar Panahi già nel 2010 aveva subito una condanna che prevedeva per venti anni l’impossibilità di girare film, espatriare ed avere contatti con i media. Di recente però, essendosi recatosi alla Procura di Teheran per avere informazioni su un altro regista detenuto, è stato arrestato e condannato a sei anni di reclusione.

Questo film si propone come una sorta di (ovviamente speriamo temporaneo) punto fermo nella sua filmografia. Ancora una volta, da artista che non si piega ai diktat del potere, riesce ad eludere tutti i vincoli e a consegnarci una sua riflessione sul cinema e sulla società iraniana. Per quanto riguarda il cinema ci mostra come possa ancora essere un mezzo di denuncia a cui solo la mancanza di campo può porre degli ostacoli.

Non sono più i tempi in cui il regime consegnava e controllava la quantità di pellicola utilizzata per girare un film ‘autorizzato’ preceduto dall’immancabile “In nome di Dio”. Oggi si procede diversamente e, se necessario, per interposte persone. Ecco allora una storia d’amore così forte da chiedere di essere raccontata ma che, al contempo, finisce con il reclamare una ‘verità’ che anche il cinema più indipendente può faticare a cogliere nella sua essenza.

Ma c’è un’altra vicenda che avviene nel villaggio e che coinvolge Panahi al punto da costringerlo ad andarsene. Muovendosi su questo doppio registro riesce non solo a raccontarci due situazioni definite nel tempo e nello spazio ma anche a ricordarci come il potere espanda i suoi tentacoli anche nei luoghi più remoti approfittando dei pregiudizi e dell’ignoranza.

Resta comunque il bisogno irrefrenabile dell’artista di esprimersi con il mezzo a lui più congeniale, giocando anche sulla sospensione dell’incredulità. Lo spettatore deve pensare ad un Panahi in solitudine nel villaggio mentre invece viene ripreso con camera in movimento da qualcuno che è lì con lui. Questa però non è finzione nel senso deteriore del termine. È fare cinema di testimonianza esponendosi in prima persona ponendosi dietro e davanti alla macchina da presa non avendo il timore di firmare così la propria condanna pur di raccontare senza costrizioni servili. (Giancarlo Zappoli, mymovies.it)